Il mio copione e le domande per la presentazione a Roma. Le risposte dell'Autrice, immaginatevele! 🙂

Pane, amore e pandemia, e qui concordo assolutamente con il pensiero di Diego Galdino (il pensiero di Galdino si trova all’inizio del libro) sul grande potere didattico delle storie semplici, presenta molteplici spunti che ci proiettano fuori dalla storia stessa e toccano vari campi, sociologici culturali, politico, è una storia che fa riflettere, capire, aiuta a confrontarsi anche su quei temi vissuti tra 2020 e 2021. E vedremo poi che è anche un libro interattivo, un miracolo di tecnologia, soprattutto se si pensa che l’interattività è tutta basata sulla creatività umana, nessun algoritmo o applicazione che la renda possibile, solo sfogliando materialmente e soffermandosi sulle sue pagine meramente cartacee!

Prima analisi e prima domanda

Cara Loredana, facciamo un rapido excursus sui personaggi, Lucio, il portiere (che mi pare non abiti al civico 89 ma nel palazzo di fronte) e psicologo del condominio, una sorta di deus ex machina (no, perché lui ti citofona e ti dice… ehi Fabio…devi spostà la machina che è messa male…) che ci terrei tanto a chiedere a Carlo Verdone se si potesse fare una serie tv solo su lui, Vita da Lucio, Lucio è il condominio stesso, Lucio è il portiere e l’amministratore del condominio al tempo stesso, Lucio… come dire… per me è come il confessionale del Grande Fratello, cioè ogni condomino a turno entra nella stanzetta che lui ha predisposto come confessionale e dove in genere si fa anche la riunione di condominiale, e lì lui ti ascolta, e ti può assolvere o condannare, e se ti condanna so uccelli pe’ diabetici, come dite qui a Roma, perché lui ti può far sparire le bollette di luce e gas per un anno intero e poi so’ dolori davvero… una gentile macchietta davvero; poi c’è Fabio Colonna, baldanzoso e impiccione, untore quasi di menefreghismo e strafottenza (e non poteva non chiamarsi Colonna, quell’infame J), con il suo gatto che a sua volta non poteva non chiamarsi Rocky, e che a tratti mi ricorda il Nando di Un americano a Roma, per poi rivelarsi, alla fine, un dolcissimo Romeo (praticamente sempre un gattone o un successore dello shakespeariano personaggio innamorato di Giulietta…..); Carmela e Mario Cerasi, le voci della pertinenza, al contrario di Striscia la notizia, come persone mobili, cioè danzanti (lei sempre intenta ad impastare, e Mario che la trascina in danze vorticose), persone cioè destinate in modo durevole a servizio od ornamento del condominio del civico 89, prendendo a prestito un linguaggio tipicamente giuridico; e ancora Agnese Cremonin, dal Nord trasferitasi a Roma per lavoro con la sua fida Frida, una cagnolina, timida l’Agnese e paurosa, che pare una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare, entro i confini di casa sua ma non oltre; e ancora Michela e Daniele Settembrini, all’inizio il prototipo al rovescio della famiglia del Mulino Bianco, lei che abbandona il lavoro per crescere la figlia Sofia e lui venditore di autovetture di cui dimostra, mi sono immaginato, la comodità dei sedili reclinabili con l’ausilio della sua giovane amante; Samira Muhammad, egiziana, straordinaria bellezza nord africana ma forestiera e con la quale il libro sfiora argomenti come razzismo e integrazione in alcuni battibbecchi tra i soliti Fabio e Mario e che in realtà tali non lo sono, ma figli dell’innocente rampantismo dei due che nei loro dialoghi duellano per avere l’uno più successo sull’altro. 

Ecco Loredana, ci puoi raccontare brevemente la genesi di questi personaggi che hai scritto talmente bene da farli restare vita natural durante nel nostro cuore? Fabio Colonna che già mi vedo interpretato, pescando tra i visi noti dello spettacolo italiano, per esempio in una mini serie televisiva da Valerio Mastandrea (magari il primo Valerio…), a teatro invece … fammi pensare …. vediamo …. ecco … Roberto Ciufoli, debitamente imparruccato, vista l’esuberanza del Colonna che proprio non ce lo immaginiamo con una incipiente calvizie, no???

Seconda analisi e seconda domanda

Loredana, già nel prologo introduci elementi di sociologia pura, fai una radiografia tra la società prima del Covid e quella in pieno Covid, passi cioè dalla gente che si precipitava a lavoro nevrotica, strade assordanti di clacson, scale mobili rotanti, smog e quanto di sinistro e quasi di inumano è rappresentato da quella società, alla paura, al silenzio, al giorno che in quel periodo sembrava uguale alla notte. Tutti ci accorgemmo che esistevano anche gli altri, ci scoprimmo fragili, uguali come scrivi, lontani da quegli esseri onnipotenti che eravamo prima. Questo passaggio è caratterizzato per te dall’invisibile, identificato nello spirito del Palazzo, che non è uno spirito malvagio accompagnato dalla musica tenebrosa sentita prima. In realtà esso aleggia benevolo nelle case, nelle piazze delle città e alla fine diventa il calore di casa (anche la città è la nostra casa) ed è fatto da ognuno di noi che in esso confluiamo. Premesso tutto ciò, ecco… il tuo calore di casa, come ti ha fatto vivere quel passaggio dal va tutto bene all’andrà tutto bene, la Loredana cioè di quel periodo che contributo ha dato, concretamente e poi anche letterariamente, grazie a questo libro, al viaggio in quel tunnel illuminato da una via via maggiore speranza, pur tra tutte le beghe sociali e politiche che scoppiavano ogni giorno? 

Terza analisi e terza domanda

Alcuni passi del tuo libro, Loredana, mi riportano al monologo di Chaplin, a grandi intellettuali ed artisti dello scorso secolo. Io ti ho parlato di Chaplin, lo abbiamo ascoltato ma credo di poterne includere altri, come il grande Pasolini… o lo stesso Ennio Flaiano…. “tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’avidità ci ha resi duri e cattivi, pensiamo troppo e sentiamo poco, più che macchinari, ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza…”. Il tuo libro, già nel prologo riporta tutto questo per me, Pasolini compare subito e improvvisamente ma non è inaspettato nella sua dicotomica contrapposizione tra sviluppo, nel ’73 scrive che è di destra, e progresso, che è di sinistra… per concludere con Flaiano che riporta negli anni ’70 un pensiero di Giacomo Devoto secondo il quale fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione…. e qui ritorna Pasolini che considera la televisione lo strumento migliore per manipolare le coscienze e l’anima del popolo italiano… ecco… la scrittrice ma anche la donna, la cittadina Loredana Aureli come si pone di fronte a questi temi che, ripeto, in Pane, amore e pandemia tu hai indirettamente ma per me volutamente inserito, e hai fatto bene, con lo stratagemma letterario di questa storia?

Quarta analisi e quarta domanda

Abbiamo appena sentito Loredana l’incipit de L’Iliade. Eccoci alla lezione di letteratura! La lezione di Carmela cioè pare proprio un’appendice alla tua storia, un libro nel libro. Sale in cattedra la Prof.ssa Cerasi per dare risposte alle domande che in quei giorni tutti si ponevano. Ed erano tempi in cui le Arti abbondavano, si danzava e cantava sui balconi, così come abbiamo fatto noi all’inizio; si danzava all’uscita da una terapia intensiva per un paziente guarito; i teatri erano chiusi ma si faceva teatro, cabaret e concerti umplugged tramite l’intermediazione di uno schermo. La letteratura è arte, con la A maiuscola. E le risposte arrivano dalla storia, da coloro i quali hanno dato alle medesime nobiltà letteraria. Perché dico che questa parte del libro è come se a sua volta fosse un altro libro? Perché i riferimenti che tu hai fornito sono tanti, a partire dall’Iliade, si va poi da Sofocle col suo Edipo Re, e ancora da Boccaccio, Manzoni, pestilenza e morbi pare abbiano una lunga storia per l’Umanità. Poi concludi con la lettera dal Covid proprio all’umanità con quell’atto di accusa incarnato per esempio da tanti movimenti ecologisti… ecco Loredana, sembra, anzi è senza ombra di dubbio, che i disastri della Terra siano conseguenza degli atti immondi dell’uomo. Anche in Edipo Re molta critica e la cara Prof.ssa Cerasi hanno messo in evidenza questo contagio, tra gli atti violenti di Edipo e la conseguente pestilenza su Tebe. Io però ho un terribile dubbio, cioè che l’Arte serva solo per emozionare quando riesca in ciò, che usciti da un teatro, da un cinema, finito un libro, letto un autore non abbia cioè effetti concreti, come se il suo effetto fosse condensato verso un unico individuo, e più individui insieme sotto siffatta egida, pare che davvero poco possano fare… prendo a prestito qui una definizione di Arte di un amico che scrive:

L’Arte condensa nelle rime, nei colori, nelle creazioni scultoree, negli scatti fotografici, quei valori scomparsi e non più recuperabili altrove.  

Tra il 2020 e il 2021 che ruolo ha svolto l’Arte secondo te? Pensi sia stato efficace e durevole? E una volta recuperati quei valori grazie all’Arte, questi che fine fanno? Riusciamo a conservarli meglio tramite essa? E come?

Una considerazione

Eccoci a un altro capitolo del tuo libro Loredana, Soli ma insieme – Terrazzo condominiale. Tra le tante citazioni del libro ve ne è una che recita: la solitudine non è vivere da soli. La solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi (Josè Saramago). Non per niente queste pagine sono dedicate all’incontro tra due uomini soli, giusto per citare anche i Pooh, Mario e Fabio. In queste pagine si respira della tristezza, mista a paura e malinconia, termini che tu usi nel descrivere l’azione che si svolge tra i due. Io qui non vorrei chiederti cosa sono stati per te in quel periodo paura, tristezza, malinconia. All’inizio ho parlato di sofferenza che tutti abbiamo provato in quel periodo ma vorrei conservarmi per l’ultimo una domanda diretta su questi temi che vuoi o non vuoi fanno parte sempre della vita. Qui mi vorrei soffermare sull’aspetto lirico, poetico che tu hai saputo inserire nel dialogo tra Mario e Fabio. Intanto è un dialogo in puro dialetto romano e questo mi fionda a quando ragazzino con i miei genitori venivo spesso a Roma a trovare dei parenti. Il mio amore per questa città è vecchio di quasi 50 anni ormai. Proprio a causa di questo amore, io adesso tenterò un esperimento, interpretare cioè una parte del dialogo tra Mario e Fabio. Ovviamente il mio dialetto romano non può mai essere a pari di un nativo de Roma, però mi piace farlo lo stesso, nonostante le mie poche lezioni di teatro, mi perdonerete… comincio da quando Fabio chiede a Mario, trovandosi tutti e due sul terrazzo, se sta ammirando Roma dall’alto…

Quinta analisi e quinta domanda

Voglio ricordare insieme a te, Loredana, Pavese, il quale affermava come il dolore fosse una cosa bestiale ed atroce, una vera e propria lotta, ma sfuggire ad esso non sarebbe servito a niente, piuttosto appariva necessario dargli un senso o quantomeno accettarlo, non opporsi.

Siamo a un punto del libro in cui come scrivi viviamo un nuovo inizio. Il tuo libro offre momenti in cui tu ti soffermi sulla sofferenza, la tristezza, la paura, la malinconia, credo siano termini che possano confluire in un unico sostantivo, proprio il dolore cui si riferisce l’amico Cesare. Se passiamo in rassegna, come ho tentato di fare all’inizio, i vari e molteplici spunti che il libro offre, io credo che il dolore di cui tu ti sei caricata sia una colonna portante di Pane, amore e pandemia. Credo che tu lo abbia smussato con la sua scrittura. E come del resto scrivi a pag. 91, fu il virus, e la solitudine che ne conseguì, che fece ritrovare a tutti noi l’umanità, e ritorniamo a Chaplin e al suo monologo che abbiamo ascoltato all’inizio… come vedi, in fin dei conti, il tuo libro è un circolo virtuoso  che passa in rassegna e ci ritorna temi assolutamente socio culturali, umani se mi passi il termine… di fronte a tutto questo però (e non per introdurre un momento doloroso nella nostra presentazione), ci puoi raccontare in breve e chiarire qual è il ruolo del dolore, o meglio quale è stato il ruolo dei tuoi sentimenti nei due anni di pandemia e, se alla fine, questo può sublimarsi se non proprio in leggerezza come ho detto all’inizio, in ricordo consolatorio, dargli quindi quel senso oserei dire produttivo, al di là di ciò di cui parla Pavese, perché il dolore per me non può essere fine a se stesso, cioè accettarlo e rimanere… come dire… quasi inermi, no? 

Mia riflessione finale

Solo pochi giorni sono passati dal 6 ottobre scorso in cui, presso il Bar degli Artisti a Roma, ho avuto l’onore di dialogare con l’amica Loredana Aureli sulla sua ultima fatica letteraria, Pane, amore e pandemia. Leggere il suo libro per me è stato come tornare indietro nel tempo. No, non mi riferisco al tempo della pandemia ma a quel periodo in cui credevo che le favole potessero avverarsi e viversi.

Io credevo molto nelle favole. Non è detto che non ci creda adesso, però oggi è molto più difficile viverle. In un quinquennio, 2018-2023 (dal primo incontro con Loredana per il suo Roma in rima), molte cose nella mia vita sono cambiate e, fra queste, la sua conoscenza ha contribuito a modificare alcune di queste in meglio.  

Mi spiego. Scrivo mentre i vari tg che ho seguito negli ultimi giorni non hanno fatto altro che incentrare la loro comunicazione sulla guerra, dalla Russia all’Ucraina e, ora, Hamas contro Israele (e non possiamo certo dimenticare tutte le altre guerre in giro per il mondo). Se solo volessi fermarmi alle guerre, la situazione sulla nostra bella Terra sarebbe già catastrofica.   

Loredana ha, a suo modo, descritto anche lei una guerra in Pane, amore e pandemia, la guerra del Covid e, benché parlare di guerra non sia mai tanto facile, è riuscita a farlo con una leggerezza che per me non ha eguali, straordinaria. Le paure, le sofferenze e le ansie di quel periodo, nella sua storia, le ha sapute vestire con colori dai toni rilassanti, e in essa si alternano momenti divertenti, comici e di pura riflessione sui tanti e contrastanti momenti di quegli anni.  

Ciò è dovuto innanzitutto alla sua personale scelta di raccontare il Covid, lunghi momenti di difficoltà che ha dovuto affrontare in prima persona. E lo ha fatto creando dei complici, dei personaggi che, grazie alla sua fine sensibilità di scrittrice e di artista, hanno ben rappresentato ciascuno di noi alle prese con le preoccupazioni e le ansie derivanti dall’angoscia della malattia.

Tuttavia, nel calderone dei dolori che la pandemia ha seminato qua e là, Loredana riesce a destare nell’animo del lettore la serenità, il buonumore, benché si conciliasse poco in quei giorni di fronte alle notizie di morti e tragedie che si susseguivano senza soluzione di continuità. Ma c’è di più. Nel leggere le pagine di Pane, amore e pandemia, vi ritroverete come proiettati sul palcoscenico di una gustosa commedia brillante che, grazie ai personaggi, saprà ben mixare in voi lettori due stati d’animo apparentemente contrastanti tra loro, la sofferenza e, per l’appunto, la leggerezza. Questo è il più bel complimento che, fra gli altri, mi sento di fare a Loredana. Perché la sua scrittura è al limite di un vero e proprio copione teatrale che, con gli opportuni adattamenti e selezionando gli attori più rispondenti ai personaggi, può diventare uno spettacolo da portare sul palcoscenico di molti teatri italiani, in un tour che secondo la mia modesta opinione potrà avere un grosso successo, scriviamolo pure, commerciale!

Prima di concludere però, permettetemi di evidenziare altre caratteristiche del libro di Loredana.

In esso c’è poesia (il dialogo tra Mario e Fabio in terrazzo), svariati spunti che ti fanno andare con la mente a Chaplin (il monologo finale de Il Grande Dittatore), a Pasolini e Flaiano (sul potere ingombrante della televisione), citazioni di illustri pensatori che cascano a fagiolo sulla vivace trama che si sviluppa fin dall’inizio, per finire con la Letteratura (la lezione che Maria Cerasi improvvisa ai condomini travestiti da alunni), cioè a dire l’Arte che, durante la pandemia,  ha rivestito un ruolo importante per contrastare il buio dell’anima.

Concludendo, la colonna portante del libro di Loredana io credo sia il dolore, anche il suo, ma non è un dolore fine a sé stesso, come pare descriverlo Pavese in alcuni suoi scritti.  Fin dalle prime pagine, Pane, amore e pandemia va alla ricerca dell’umanizzazione nei rapporti tra gli uomini. Quel va tutto bene prima della pandemia, trasformatosi in piena emergenza in andrà tutto bene, è forse ancora lontano dall’essere realtà, come delineato all’inizio. Ma se vogliamo ancora credere alle favole, se desideriamo viverle veramente, allora è nostro compito cercare il vero significato del libro di Loredana. Ed è vero, come scrive Guido Galdino ad inizio libro, che Loredana è un fiore che sboccia, stavolta visto, più che visto. Per quanto mi riguarda, credo dunque che il significato sia racchiuso in ciò che Loredana è. Lei è un fiore che è visto grazie alla sua semplicità, che di questi tempi pare essere un oggetto misterioso. Scrivevo tempo fa che, personalmente, credo molto nella verità delle banalità. Non voglio certo dire che Pane, amore e pandemia sia un libro banale ma che, al contrario, sia un libro vero, banalità intesa cioè come verità, pagine dense delle sue stesse emozioni provate durante quel periodo e poi durante la stesura del libro, pagine educative. Emozioni e sentimenti che lei riesce a trasferirci come meglio non si potrebbe. Questo grazie al suo stile di scrittura ma credo anche grazie alla sua adesione a un principio basilare che ci ha insegnato la volpe del Piccolo Principe, non si vede bene che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi. E io penso che questo principio lei lo applichi in ciò che fa, non solo come autrice, in ciò che ha scritto, composto, ma nella vita di tutti i giorni, nelle relazioni con gli altri, in primis con la sua famiglia. Mi sono emozionato molto a leggere e rileggere il suo libro, alcune parti poi lette più e più volte. Forse un altro grande complimento che mi sento di fare a Loredana è riconoscerle questo suo essere visionaria, non come persona che creda ingenuamente alle favole ma che riesca a concretizzarle in noi grazie al suo sentire d’artista, invisibile agli occhi ma non al cuore. Ed essere dei visionari concreti al giorno d’oggi è sicuramente un vantaggio per la società in cui viviamo e per il mio personale credo nelle favole. Se ognuno di noi sapesse essere ponte verso l’altro/l’altra così come lo è lei, allora sì… probabilmente vivremmo in un mondo migliore, sempre nell’attesa però che esso ritorni ad avere fiducia in noi e noi, gli uni con gli altri.  

 

Presentazione del romanzo Pane, amore e pandemia di Loredana Aureli presso il Dima Book Festival a Roma lo scorso 29 ottobre, organizzato dall’Associazione Officine Culturali Romane. Grazie ad Andrea Lepone di Officine Culturali Romane, a Cinzia Baldazzi e a Segnalazioni Letterarie 

Grazie a Loredana, Carlo, Floriana, Lucia, Massimo, Cinzia, Sonia, Fabiana... grazie a tutti di cuore per essere intervenuti e... last but not least... al Bar degli Artisti di Roma, Boccea!

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