Mia riflessione
Una ragazza sbagliata è un romanzo che parla soprattutto del giudizio degli altri, della crescita personale e del rapporto tra una persona e la comunità in cui vive.
La storia è ambientata a Gavone, una città dove le persone tendono a giudicare prima ancora di conoscere veramente qualcuno. Qui Sophie si ritrova improvvisamente al centro dell’attenzione a causa di un acquisto fatto d’impulso, che viene trasformato dalla comunità in un vero e proprio scandalo. Un gesto che in realtà potrebbe sembrare banale diventa quindi qualcosa di molto più grande e porta a chiedersi quanto sia facile giudicare una persona semplicemente per quello che si vede dall’esterno.
Secondo me è proprio questo il significato più interessante del titolo Una ragazza sbagliata. Sophie non è per forza una ragazza che ha fatto qualcosa di sbagliato, ma viene considerata “sbagliata” dagli altri. Il romanzo fa quindi riflettere sulla differenza tra quello che siamo veramente e quello che gli altri pensano che siamo.
Nella storia ci sono anche Samsara e Giulia. Samsara è una ricercatrice che osserva le persone e cerca di capire i loro comportamenti, quasi come se fossero dei fenomeni da studiare. Giulia invece è un personaggio più energico e spontaneo, capace di affrontare le situazioni con maggiore leggerezza. Le tre ragazze hanno quindi tre modi diversi di vedere la realtà: Sophie la vive direttamente, Samsara la osserva e cerca di capirla, mentre Giulia la affronta con più leggerezza. Il loro rapporto permette alla storia di andare oltre la vicenda di Sophie e di parlare anche del comportamento della comunità.
Un altro elemento importante è proprio Gavone. La città non è solo il luogo in cui si svolgono gli avvenimenti, ma sembra quasi diventare un personaggio vero e proprio. Gavone osserva, giudica e commenta quello che succede e, durante la storia, deve anche imparare a cambiare. La frase “Cambia postura. Cambia voce.” riassume bene questo cambiamento. Non significa solamente cambiare il modo di comportarsi, ma anche il modo di guardare le persone e di parlare di loro.
Mi sembra interessante anche il fatto che il romanzo unisca narrativa, poesia e ricerca. L’esperienza dell’autrice in ambito politico, amministrativo e burocratico si riflette infatti nell’attenzione verso il linguaggio del potere, i comportamenti delle persone e i cambiamenti che possono avvenire all’interno di una comunità. Per questo il libro non sembra concentrarsi solamente su quello che succede, ma anche sui rapporti tra le persone, sugli sguardi, sulle parole, sui pregiudizi e soprattutto sulla reputazione che ci viene costruita dagli altri.
La cosa che trovo più interessante è il contrasto tra l’episodio da cui parte la storia, cioè una borsa lucida e un acquisto fatto d’impulso, e la domanda molto più profonda che nasce da questo avvenimento: chi decide quando una persona è davvero “sbagliata”?
Anche la copertina, guardandola insieme alla quarta di copertina, sembra avere un significato preciso. La figura femminile, formata da forme geometriche e colori molto decisi, comunica allo stesso tempo eleganza, fragilità e anche un senso di inquietudine. Sembra quasi rappresentare una persona divisa tra quello che pensa di essere e quello che gli altri pensano di lei. Questo si collega quindi molto bene al tema principale del romanzo.
In conclusione, Una ragazza sbagliata parte dalla storia di una singola persona per arrivare a parlare di un’intera comunità e del modo in cui le persone giudicano gli altri. Secondo me è proprio questo passaggio dal personale al collettivo a rendere il romanzo interessante. Alla fine rimane una domanda abbastanza difficile: siamo davvero quello che siamo, oppure finiamo per diventare quello che gli altri decidono di vedere in noi?
Vi è un altro aspetto da considerare che l’autrice svela nella storia di Sophie e delle sue amiche e che si snoda attraverso le pagine del libro. L’aspetto è introdotto da una nuova scienza o, se così forse ancora non possa definirsi, da un moto dell’animo che si trasforma strada facendo in una sorta di nuova regola di vita che certifichi come l’individuo riesca a creare rapporti con e nell’ambiente in cui si trova a vivere in primis con se stesso e poi con coloro con i quali man mano li condivide. Alessandra chiama questa, se mi permettete, procedura con il termine di “teodofiria”, un sostantivo che lei inventa e che nasce con le esperienze che vive dentro e fuori di sé. La Teodofiria è una sorta di fiume che comincia a scorrere dalla sorgente di ognuno di noi che potrei identificare nel pensiero e che lentamente si insinua nel nostro percorso ambientale e sociale e ci costringe, per il nostro bene, a cambiare pensieri, gesti, movimenti, quasi un nuovo modo di atteggiarci sul palcoscenico della vita. Essa è quasi un protocollo che ci dà la possibilità di riflettere su ciò che veramente siamo, di valutarlo alla stregua non di un vizio e nemmeno di un pregio, ma proprio come atteggiamento nei confronti, come già ricordato, di noi stessi, degli altri e del Teatro dove viviamo la nostra esistenza. Ecco dunque che l’atteggiamento in questione plasma gli attori che non interpretano più un personaggio, ma sono essi stessi persone, che vivono le loro esperienze fino a fare parte di una comunità che lentamente si amplia e in cui ognuno acquista una trasparenza nei confronti degli altri e vicendevolmente si diventa davvero autentici, senza più paura o necessità di indossar maschere (che la Teodofiria sia la risposta del terzo millennio al Teatro della non verità di Luigi Pirandello?). L’autrice chiude questo percorso parlando infatti di Quarto Teatro, e se anche una definizione in tal senso forse non esiste se non da un punto di vista storico e teorico, il Quarto Teatro della Melizia è, come già ricordato sopra, la Vita, la Vita di ognuno, scevra dai legacci da cui spesso non abbiamo la forza di divincolarci se non quando il nostro percorso è completo e siamo liberi da paure, non ci sentiamo più sbagliati, mostriamo più sicurezza, più libertà espressive, riusciamo a modificare in meglio le nostre relazioni e siamo artefici di una trasformazione che non può non essere collettiva e sociale, una “rivoluzione davvero gentile sulla ribalta della Vita, la Vita Vera”. Chapeau!
Roberto Farruggio