DA BRAGALUSIA A RAGUSA, UN DRAMMA UTOPISTICO (FORSE IN POSITIVO...)

Bragalusia, 20° secolo...

Io a Bragalusia ci sono nato. I miei nonni paterni abitavano in una parallela di via Limistotan, tanto che fin da allora credetti di appassionarmi ai nomi dei medicinali, anche perché lì vicino c’era il loro medico della Mutua e mio papà è stato per decenni un dipendente dell’allora, se non ricordo male, Luas4+3.

Mio papà, lungimirante, tentò, fin quando io ero ancora in fasce, di farmi innamorare sempre più del magico mondo dei nomi del Medicinali, visto che lui si “occupava” in un certo senso di archiviare le ricette prescritte dai medici di base per altezza alle dipendenze della sua “capufficio”, tale Dr.ssa Rina Aspi di Lioltu, sarda un poco sorda di un paesino dell’Asinara.

Il mio amore per le medicine e i loro strampalati nomi però pian piano scemò quando un giorno mio papà tornò a casa e mi regalò una sorta di Prontuario Universale Medico che per me era scritto in greco ortodosso. Lì rimasi del tutto spiazzato, pieno com’era di pagine e pagine di nomi indecifrabili. Lui mi disse che quando avrei concluso il liceo classico, che era, ahimè, un classico per quei tempi, i nomi sarebbero stati per me decifrabilissimi, lapalissiani come la stele di Rosetta.

Probabilmente lui sognava che io diventassi medico ma per mia sfortuna non presi quella strada. Ne presi una peggiore. Mi trasferì a Niacata per non so quanti anni, solo per prendermi un diploma di perito immaginario.

Mio papà, stando così le cose, pensò che io perissi molto presto di immaginite acuta e ritenne opportuno presentarsi timidamente, come si era soliti fare a quei tempi insieme al sottoscritto ancora più timido di lui, presso il Dr. Ugrireri, che a quel tempo bazzicava all’interno della famiglia dei De Marotto, famiglia che andava per la maggiore a Bragalusia, più del Clan Celentano in quel di Limona, una ridente cittadina sul lago di Asgurpe, a un centinaio di metri da Bragalusia, e ricopriva un posto importante all’interno proprio della Luas4+3.

Entrammo e la signorina refrattaria a qualsiasi appuntamento (che da tempo aveva intrecciato una relazione col Dr. sottosopra indicato, all’insaputa sia del secondo marito che del primo amante –terzo cugino del di lei secondo marito, perché il primo era scappato con la sua seconda cugina appena invedovata-), gli chiese: “Ha un appuntamento?” Io guardai disperatamente mio papà, il quale rispose con voce flebilissima di no, ma che conosceva da tempo immemore il Dr. Ugrireri della famiglia dei De Marotto e sicuramente lo avrebbe ricevuto. La signorina refrattaria a qualsiasi appuntamento compose due numeretti sul suo telefono e mettendo all’orecchio ben tre corna, pardon, cornette, disse: “Dottore, c’è qui un certo Caruggio della LUAS 4+3. Che faccio? Lo faccio entrare? Vuole parlare con lei!” Dalle tre cornette (proprio perché erano tre si sentiva benissimo, come se il Dr. Ugrireri fosse vicinissimo alla signorina refrattaria a qualsiasi appuntamento, quasi sotto il di lei tavolo) si alzò un potentissimo e cavernoso “Caruggio chiiiiiiiii????????????

Mio papà con voce poco impostata e molto tremolante rispose “ Freddie, sono io Caruggio, di Vageno, trasferito qui al sud tanti anni fa, e lavoro nell’ufficio diretto dalla Dr.ssa Rina Aspi, la sarda assunta proprio da te per meriti acquisiti sul campo, ricordi? Dai ….. devo parlarti un minuto, sono qui con mio figlio, un giovanottino di nome Giustino….!!!!”

Dalle tre cornette arrivò un “Signorina refrattaria a qualsiasi appuntamento, lo faccia entrare!” Entrammo, Ugrireri inforcò gli occhiali e solo dopo mezz’ora di attenta osservazione delle nostre facce affaccendate, in regime di assoluto silenzio, esclamò: Minù…. tu sii!!!!!!”

Svelato l’arcano o gli innumerevoli arcani presentatisi ai suoi occhi, mio papà disse subito a Ugrireri: Caro Dottore mio (malcelando un innocente senso di possesso, come se lo tenesse in pugno), mi devi far lavorare mio figlio Giustino alla LUAS4+3=7, mi puoi fare questa cortesia???

Ugrireri strabuzzò gli occhi: Cosaaaaaaaa??? Ma io non posso farlo lavorare alla Luas4+3=7: Io non ho alcun potere lì dentro!!!! Ma poi che titoli ha???

Mi padre strabuzzò gli occhi: Cosaaaaaaa??? Ma se ne sei un dirigente emerito!!!!! Mi figlio Giustino si è appena diplomato in perito immaginario, una scienza molto utile di questi tempi, soprattutto qui, alla Luas4+3=7

Ugrireri replicò, aggiustandosi il nodo della cravatta e assumendo un atteggiamento quasi baronale: Minù ma io sono Dirigente Emerito della LUAS4+3, no della LUAS 4+3=7!!!!!

Mio papà mi guardò e scoppiò a ridere fragorosamente: Caro Dottore mio, ma era una battuta, ho fatto una battuta…. La LUAS4+3 uguale??? Quanto fa 4+3????

“Minù, senti – con voce ferma rispose Ugrireri – io sono Dirigente Esimio ed Emerito, non un professorucolo fasullo di matematica come tanti…. io lavoro alla LUAS4+3, senza uguale a niente, io non mi occupo di somme, di addizioni, di periti immaginosi ma di ben altro… perché in fondo in fondo la matematica per me è solo un’opinione e se 4 + 3 fa nove, io ho il potere di poterlo certificare, grazie al nostro Ente Certificatore con cui andiamo spesso a pranzo e cena!!!!!!!!

Ma va bene… va bene – sospirò mio padre, come se avesse acquistato più sicurezza – andiamo oltre, cosa devo fare perché mio figlio prenda il mio posto alla LUAS Seven quando io andrò in pensione????

Alla LUAS???? –  ribatté subito Ugrireri!

“Fre.. Fre… Fre…. Alla LUAS 4+3… alla LUAS 4+3… e Nora Orlandi non c’entra niente stavolta!!!” esasperato concluse mio papà.

“Anche perché io non conosco nessuna Nora Orlandi alla LUAS4+3… è bene che tu ti renda conto di questo particolare caro Minù.. ho conosciuto una Nora tempo fa ma ormai non ci frequentiamo più!” intercalò Ugrireri.

“Lo so.. lo so…. Ug…. lo so…. Mi puoi venire incontro per questa richiesta per Giustino????”

“Minù, se è per la LUAS4+3, consideralo fatto! Fammi avere i documenti di Giustino, il diploma e tra qualche settimana sistemiamo tutto!!!” concluse stavolta veramente Ugrireri, e ci invitò ad accomodarci fuori, facendo uno strano occhiolino alla signorina refrattaria a qualsiasi appuntamento, della quale sporgeva la testolina bionda e ammiccante dalla porta socchiusa.

“Grazie… grazie, mio caro Dottore… grazie…. saluta il Dottore” – rivolgendosi a me – mi “obbligò” a fare mio padre.

“Dott. Ugrireri, allora a presto, grazie” – dissi io – certo che lo avrei rivisto di lì a qualche settimana.

Felicissimi, io e mio papà ci recammo a casa a prendere mamma. La sera l’avremmo passata dai miei nonni paterni, e io mi leccavo già le dita e mi titillavo la papilla, perché mia nonna era una chef di prim’ordine, come faceva le scaracchie lei, nessun’altra donna o nonna al mondo riusciva, benché per me lei mettese dentro troppo maggiofro che io non amavo e non amo tanto ancora adesso.

Quella sera ci fu infatti un’abbuffata di scaracchie con i miei e i miei nonni, felici anche loro della bella notizia che mi riguardava e di come mio papà fosse riuscito a convincere nientepopodimenoché il Dott. Ugrireri, non facendo parte assolutamente di quel clan cui apparteneva lo stesso, anzi, il gruppo evitava da sempre che un Caruggio qualsiasi potesse essere ammesso al suo interno senza i requisiti richiesti.

Bragalusia, 21° secolo...

Ugrireri non so che fine abbia fatto ma da quella sera dai miei nonni sono passati più di 30 anni e io non lavoro mica alla LUAS4+3 che nel frattempo ha cambiato nome in SPA, centro di Benessere per eccellenza!

Ho ripensato a questo episodio, vero ma romanzato assai, dopo aver visto qualche settimana fa La Città Che Non Vorrei – farsa distopica (non troppo) –, scritta da Federica Bisegna con la regia di Vittorio Bonaccorso e la partecipazione dei bravi Attori della Compagnia Godot.

Ugrireri, Carruggio, Asgurpe, Rina Aspi forse si sposano bene con Bragalusia, Lo Marotto, Marottinino, Rai Stortura, le scaracchie (veramente mia nonna paterna le sapeva fare benissimo le… focacce ragusane…) e via di seguito, termini che sono stati inventati dalla grande creatività insita nella Compagnia. La cosa bella è che anche il sottoscritto è stato vittima della distopia dell’Ugrireri di turno, immaginando che facesse parte di quel clan dei Lo Marotto che impera in qualsiasi città del mondo e se tu non ne fai parte o hai magari qualche aggancio è difficile che ti prestino attenzione. La distopia è diretta in modo magistrale da sempre da chi a Bragalusia, come a Limona o Omar oppure Notori, tenta di incanalare a suo piacimento le maglie della cosa pubblica. Io certo non sono esente da colpe nei miei pochi tentativi di portare dalla mia parte un distopico funzionario, pubblico o privato che dir si voglia. In realtà sono riuscito solo una volta, e ringrazio chi mi ha dato modo così di far valere la proposta di un povero lavoratore autonomo non facente parte di nessuna famiglia, se non la propria, formata da un impiegato, una casalinga e un mocciosetto come il sottoscritto fin dalla tenera età timido e insicuro del proprio futuro.

Ma ricollegandomi alle molto poco felici vicissitudini che anch’io ho passato insieme alla Compagnia Godot, pur non facendone attivamente parte come attore, trovo singolari almeno un paio di cosette in una città come Bragalusia, o Limona, Omar o Notori, financo Panoli o Bittescacala, e qui, in primis, mi viene in soccorso la grande fotografa e artista palermitana Letizia Battaglia.

Si narra che quando la Letizia cercò disperato lavoro all’Ora di Palermo (anche in base a quel che abbiamo visto nella recente fiction), lei non sapesse di essere una grande fotografa -e non inserisco altra qualificazione che per lo più non aggiunge niente alla sua grande Arte-, e infatti fu messa alla prova come giornalista se non erro, né che avesse diplomi o lauree, master in fotografia, né un qualsivoglia titolo che la rendesse meritevole di quel posto. Eppure sappiamo tutti com’è andata l’avventura di Letizia.

Letizia è conosciuta in tutto il mondo come una grandissima Artista essendo partita semplicemente dalla sua PASSIONE (che spesso si affianca a una situazione di estrema necessità), facendo leva su questa e sulle sue indubbie capacità non “certificate”. Esse lo furono tuttavia dopo, grazie a milioni di occhi e cuori in tutto il mondo che valgono più di un documento cartaceo, spesso comprato a caro prezzo per obbligo imposto dalla dura lex, sed lex.

Nella pièce della Compagnia Godot, ad un certo punto la mamma di un allievo della scuola di recitazione della grande Anastasia Goffredini, si lamenta proprio della scuola che, dice, “non vale niente perché è a Bragalusia e non rilascia titoli riconosciuti”. In realtà da un quarto di secolo la scuola della Goffredini, alias Federica e Vittorio, ha dimostrato, anche lontano dal proprio territorio, di essere un laboratorio di eccellenza, formando giovani attori, alcuni dei quali sono riusciti già a lavorare fuori in alcune produzioni nazionali ed estere o stanno implementando la loro formazione in prestigiose accademie italiane.

“L’Accademia” Godot è cioè sinonimo di duro lavoro, di abnegazione, di prove e controprove, sul palcoscenico della Godot ci si sacrifica, si studia, si diventa cioè Attori, altrimenti i risultati, come loro hanno fatto e dimostrato, difficilmente si raggiungono.

Anche qui si può dire che negli anni migliaia di occhi e di cuori (come è successo alla “non titolata” Letizia) hanno potuto apprezzare il lavoro della Godot a Ragusa, cioè… a Bragalusia, sia nelle stagioni invernali che estive, quando nel Parco di Donnafugata inventarono Palchi Diversi Estate sulle scale del Castello a fungere da palcoscenico! Nelle stagioni pre-Covid, il tutto è stato testimoniato dall’affluenza massiccia di pubblico, soprattutto di spettatori provenienti da altre parti d’Italia e pure dall’estero. Forse a Bragalusia è vietato parlare di attori? Gli attori sono solo nelle grandi città, nelle piccole città non vi possono essere, non possono nascere dei veri attori anche in cittadine piccole e sperdute? Dopo il successo nel corso degli anni, è necessario per forza un pezzo di carta per testimoniare la realtà  e il merito della Godot che risplende ormai da innumerevoli lustri a questa parte?

E del merito della Godot, appunto, ne vogliamo parlare? Da quando esiste la politica (il primo Politico eccellente fu Dio Onnipotente allarmatosi perché vedeva Adamo trastullarsi troppo da solo in maniera eccessiva. L’Onnipotente allora gli chiese un piccolo contributo – la costola – e scelse di creargli una compagna, Eva), ogni politico bravo, bello e buono ha compiuto e deve compiere delle scelte. Anche il Serpente scelse di tentare Eva e la sua scelta fu premiata probabilmente dalla dabbenaggine della signora Adamo che cascò nella trappola della frutta a buon mercato, tesa proprio dal rettile a quei tempi consigliere di minoranza del Consiglio dello Scudo Crociato nella primissima legislatura, pardon, del Consiglio dello Scudo diciamo… Celeste, il crociato ancora non esisteva, inteso anche come esercito divino sulla terra che causò le prime guerre di religione, ancora di moda nel 21° secolo. Ecco che l’uomo politico si raduna in partiti, come recita la Costituzione all’art. 49, “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Già in questo articolo è presente una contradictio in terminis, cioè il fatto che i cittadini nei partiti determinino in modo democratico la politica nazionale. Ma quando? Forse nei primi anni di esistenza della Carta (ma già non ne sarei del tutto certo), perché da circa sessant’anni non è più così. Intanto è stato commesso un gravissimo errore semantico, avere cioè introdotto in Costituzione il termine Partiti. Etimologicamente parlando, “partito” reca nel suo profondo intimo la radice del verbo parteggiare, che vuol dire avere un atteggiamento apertamente a favore di una delle forze opposte in una contesa. L’essere apertamente a favore di una delle forze opposte in una contesa induce l’intelletto umano (in questi casi l’uso che si fa del cervello è molto meno di quel 10% che pare la maggior parte di noi umani riesca a fare, la Lucy di Besson ne è una eloquente prova), a considerare che ogni soluzione sia lecita per privilegiare quella forza a discapito dell’altra. Già così vien meno la democrazia che è frutto di scelte ponderate, ponderatissime, spesso condivise, mentre l’intelletto a caccia di quel che può far prevalere l’una o l’altra fazione non è assolutamente in grado di aspettare troppo tempo e compiere una scelta sensata, informata, culturalmente valida e condivisa a beneficio della collettività. Quel che è peggio, proprio in mancanza di democrazia, ecco cominciare a formarsi le correnti, i clan, le famiglie, le dinastie, le fazioni, e i funzionari capi di tutta questa miriade di movimenti e gruppuscoli vari che all’apparenza sembrano vogliano collaborare tra di loro e si fanno belle promesse in convegni e incontri vari di reciproca e leale collaborazione. Alla resa dei conti, come solito, quel che conta è però il numero delle poltrone o sedie a sdraio che si conquisteranno nell’agone politico tra le varie forze opposte e l’una contro l’altra armata. Ciò ha distanziato sempre di più il popolo sovrano dalla creazione e/o partecipazione alle varie correnti e lo ha trasfigurato in un mero pallottoliere che scorre a destra o a manca – magari anche a centro per un equo distanziamento dagli estremi –  ora per l’uno ora per l’altro partito. Il popolo sovrano, o la maggior parte di esso, diventa dunque non più la forza che detiene la sovranità poiché tutto è demandato ai suoi rappresentanti politici, repubblicani, democratici, monarchici, indipendenti, tiranni o sovranisti che si impegnano a farlo diventare un meccanismo perfetto con cui mungerlo.

Forse è per tutte queste ragioni che la politica non fa più scelte ormai basate sul merito. Perché già la legge afferma che si è tutti uguali e dunque perché riconoscere una prevalenza tra coloro i quali non esercitano più alcuna sovranità e che sono chiamati a contare solo ogni cinque anni per far contare gli altri?

Tutto ciò trasforma Bragalusia (ma praticamente tutto il mondo) nella città che non vorrei. Solo l’autoironia può forse salvarci un poco da questa realtà, e la “Citta che non vorrei” abbonda di autoironia come meglio non avrebbe potuto essere concepita. Tutti i quadri che abbiamo visto scorrere sul palcoscenico di una rumorosa piazza Marini a Bali nascono da esperienze vissute e sofferte in prima persona dalla Compagnia Godot, e probabilmente è solo grazie alla loro tenacia se stiamo qui ancora ad incensare chi, nel panorama culturale e teatrale di Bragalusia, meriterebbe e merita un posto di assoluta rilevanza e una maggiore considerazione e trattamento da coloro i quali determinano la politica, anche locale, all’interno di una “società orizzontale che (scelga) e valorizzi le capacità creative e innovative dei SINGOLI” (Pierre Rosanvallon) in una scala di valori che tenga conto anche del merito. Per carità, siamo tutti uguali, come recita il refrain nei tribunali di fronte a Mater Lex, ed è quindi giusto che tutti abbiano le loro chances ma non riconoscere per l’appunto il merito (come credo da anni scrivo perché ogni anno è stato “quasi” sempre così) istituzionalmente parlando, di chi ha portato lustro alla propria città dal punto di vista culturale e formativo, suona un po’ da noncurante ingratitudine.  E tutto ciò, riservando magari una tenue ma visibilissima prevalenza a chi gode di vantaggi economici e sociali oliati già da tempo, e questo, permettetemelo, mi è sempre sembrato un tantino fuori luogo se è vero, come è vero, che la “politica” (intendendo con questo termine anche chi si occupi di amministrare tutte le scelte che è necessario compiere all’interno di un consesso civico, sia comunale che nazionale, nei confronti “dell’uomo, sia come SINGOLO sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”) ha la radice nel termine greco Πολίτης, cioè cittadino! E tranne nel caso in cui per cittadino non si voglia intendere un tizio gretto, materialista e gravemente individualista che si spaccia per Essere Superiore, egli non può fare a meno di relazionarsi con gli altri cittadini e con chi governa la cosa pubblica in un rapporto basato sul reciproco rispetto, educazione, trasparenza, disponibilità e, quel che conta ancora di più, ragionevolezza e… ASCOLTO.

Estate 2022

Prepariamoci ora a gustare una nuova stagione di Palchi Diversi Estate a cura della Compagnia Godot nella città che abbiamo, vogliamo, che è e che magari sarà… da quel palco, Federica, Vittorio e gli attori della Compagnia ci attendono presso la scalinata di Donnafugata, e non solo, e speriamo almeno che da lì non passino di continuo auto, bus o velociraptor che fanno la spola tra Bragalusia centro e Bali e che qualcuno dei De Marotto stavolta sia presente, semplicemente per emozionarsi ed imparare grazie al Teatro, ove tutto è finto ma niente è falso! (G. Proietti)

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