• eSopt logo
    eSpot Ragusa - Sponsor

37) Impresa e Solidarietà

Roberto Farruggio Roberto Farruggio

Il 29 Maggio 2016, in occasione della consegna della seconda Joelette all’associazione Mo.Vis di Vittoria, contributo del Dott. GianPiero Saladino, Responsabile della Comunicazione di Confindustria Ragusa e Direttore della Scuola “F. Stagno D’Alcontres” di Modica (corso di laurea in Scienze del servizio sociale).

La consegna della seconda Jolette

PREMESSA

Riflettere sul rapporto fra Impresa e Solidarietà nel tempo della crisi significa partire dalla presa d’atto del “trionfo triste” del pensiero unico liberista e dell’individualismo narcisistico egemoni in una società nella quale la libertà assoluta del singolo, sempre più ripiegato sul proprio ombelico, diventa scopo ultimo dell’esistenza umana, e la libertà ovunque proclamata viene tradita nel suo vero significato di valore non finale, ma strumentale al perseguimento dei valori primari comuni alla specie umana, come la verità, la giustizia, la pace e l’amore.

Significa cioè capire che siamo nel tempo della frammentazione e della dissoluzione dei legami comunitari, in cui vediamo completarsi e cristallizzarsi un processo di atomizzazione sociale, che pervade l’era dell’individuo solitario, smemorato e disperato, che rende oltremodo faticoso ricostruire spazi di condivisione autentica, animati da valori solidaristici.

Per compensare il declino di una società frazionata, subiamo (ma in molti evocano e sostengono) politiche accentratrici, refrattarie ai corpi intermedi e alle autonomie territoriali, la personalizzazione delle leadership in democrazie deleganti, abitate da cittadini-spettatori, privi di scettro (e di responsabilità) eccetto l’uso del telecomando e del dito indice sul tuch-screen, felicemente alla deriva di una vita liquida che trasporta “dove tira il vento”, illusi di essere immortali e ubriachi di iper-velocità e di efficienza che diventa il fine delle scelte umane, a fronte di una indifferenza amorale quale atteggiamento culturale ed emotivo prevalente.

Esiste da sempre un “connubio dialettico” fra Impresa e Solidarietà che rifugge, ogni volta che si provi a imbrigliarlo, dalla tentazione bipolare del pensiero, che oscilla fra la contrapposizione radicale (come se impresa e solidarietà non potessero mai andare d’accordo) e l’identificazione acritica (come se l’impresa contenesse in sé tutte le condizioni della solidarietà, e non dovesse invece sottoporsi a discernimento circa la sua capacità di costruire la solidarietà fra gli uomini).

Ma oggi, nel contesto della globalizzazione senza orizzonte e senza anima, Impresa e Solidarietà sono chiamate ancor più a collegarsi per sopravvivere alla loro estinzione: in pratica, come direbbero i Latini, i due termini, le due espressioni di vita degli umani, “simul stabunt vel simul cadent“, cioè “insieme staranno oppure insieme cadranno”.

DALLA PARTE DELL’IMPRESA

Parliamo di Impresa come “Intrapresa”, come azione che inaugura, come nuova avventura (dal latino advenire, che indica ciò che accadrà). Essa contiene (dovrebbe contenere sempre) un elemento essenziale di innovazione (di prodotto, di processo, di mercato) e, in quanto anticipa e costruisce il futuro, persegue un fine di grande utilità e valore per l’intera comunità.

Scopo dell’Impresa non è, quindi, il profitto, ma l’innovazione, il cambiamento, il miglioramento, la risposta ai bisogni emergenti dell’uomo. Il profitto è invece, per l’impresa, un basilare indicatore “etico”, necessario ma non sufficiente, della misura del successo dell’impresa. Un’impresa che non genera profitto non è un’impresa sana, non è un’impresa sostenibile, non è un’impresa socialmente responsabile. L’impresa, in pratica, non è una brama di ricchezza né una mucca da mungere, ma è un sistema aperto chiamato a generare valore per i suoi finanziatori, per i suoi manager, per i suoi collaboratori, per i suoi clienti e fornitori, ma specialmente per la società.

Parliamo quindi anche di Impresa come attore, per quanto non esclusivo, della scena dell’economia. Attore non esclusivo vuol dire che la realtà economica è fatta sì di intrapresa, di avventura, di sempre nuovi inizi, ma è fatta anche, inevitabilmente, di gestione, di amministrazione, di distribuzione (della ricchezza prodotta). Un’impresa senza gestione diventa speculazione, una gestione senza amministrazione diventa arbitrio, un’ impresa, una gestione e una amministrazione senza (equa) distribuzione diventano accumulazione sterile e improduttiva. D’altra parte, una distribuzione di ricchezza senza impresa diventa consumazione, abuso, spreco della fatica umana.

Impresa come attore dell’Economia, quindi! Ebbene, l’Economia nasce come branca dell’Etica, e significa (da Oikonomia = Oikos + Nomos = Casa + Regola, Ripartizione) “sana amministrazione della casa”, mediante un “uso razionale di qualsiasi mezzo limitato”. Falsa è infatti l’idea che esistano risorse illimitate, propria dell’economia capitalistica, basata sull’espansione infinita a discapito della Terra e sull’accumulo proprietario indefinito. L’Economia, giustamente, mira al “massimo vantaggio con il minimo sacrificio”. È la lezione della parabola evangelica dei talenti: chi li ha conservati sotto terra senza farli produrre e li restituisce al suo padrone tali e quali merita di essere penalizzato rispetto a chi, facendoli fruttare, ha restituito al suo padrone il multiplo di quanto ricevuto.

Vi è quindi un elemento di ordine sociale e di solidarietà nel concetto stesso di Impresa, poiché senza impresa non c’è progresso, non c’è soddisfazione di bisogni, non c’è generazione di ricchezza, non c’è opportunità di occupazione, non ci sono investimenti finalizzati al benessere delle persone; ci sono solo rendita, ozio, spreco, uso irrazionale dei mezzi limitati che abbiamo a disposizione, da cui non nascono vantaggi ma si determinano sacrifici maggiori dei benefici, in una parola, sfruttamento.

L’impresa vera contiene in sé la solidarietà, la include nel suo calcolo di profitto, la incarna nella modalità fabrile, operativa, costruttiva di nuovi saperi e di nuova realtà. Ma l’impresa non è tutto, e specialmente non è solo impresa privata.

L’impresa non è tutto perché non tutte le attività umane generano profitto, pur dando soddisfazione a bisogni (si pensi, ad esempio, al concetto di beni comuni: l’aria, l’acqua, la sicurezza, il clima, il paesaggio, la salute, l’istruzione, etc.). Non è tutto perché l’uomo non è solo bisogni materiali, non è solo bisogni individuali, ma è anche, e soprattutto, bisogni spirituali e comunitari, che spesso stridono con la logica di profitto dell’Impresa, specie quella di profitto a breve termine.

L’impresa non è solo impresa privata, perché essa può essere pubblica, o a partecipazione pubblica, o privata senza scopo di profitto:
· l’impresa privata mira al profitto per distribuirlo ai fattori della produzione (sempre più al capitale finanziario e sempre meno all’economia e al lavoro);
· l’impresa pubblica, o a partecipazione pubblica, usa o dovrebbe usare razionalmente le risorse per fini diversi dal profitto, e di interesse per tutta la comunità (ad es., attività in settori strategici ad alto rischio per il privato, ricerca scientifica pura, aerospazio e grandi reti di energia, gestione di beni e diritti universali, investimenti volti a creare immediata occupazione in contesti di crisi e/o a scarsa propensione imprenditoriale, etc.);
· l’impresa non profit, che è parte del Terzo Settore, non mira al profitto e, quando lo fa, lo restituisce ai destinatari dell’attività e non ai finanziatori.

La tendenza culturale del liberismo selvaggio è invece opposta, cioè quella di pensare l’impresa privata a scopo di profitto come l’unico modello di impresa, se non addirittura come l’unico modello di attività umana, unico erogatore di beni e servizi di cui gli uomini abbiano bisogno. Non è così, e la crisi nasce da una strabordante finanziarizzazione dell’economia, a fronte di un’economia reale di fatto immobile.

La cultura dominante tende a riportare sotto l’ombrello dell’impresa privata – a parole sul libero mercato, ma in realtà sempre più sotto l’imperio degli oligopoli (gruppi ristretti uniti in patti che annullano la concorrenza) – anche l’uso dei beni comuni (acqua, spiagge, parchi, beni archeologici, culturali e ambientali, vie di comunicazione, sapere, lavoro, università, web) e persino i bisogni spirituali dell’uomo.

La pubblicità non vende più prodotti, ma emozioni, sentimenti, idoli sostitutivi dei valori dello spirito: Barilla vende la Famiglia con i biscotti del Mulino Bianco, L’Oreal e la Lancome vendono la Bellezza con i profumi, Telethon vende la Bontà con le gare di beneficenza, Garnier vende la Cura di sé con i saponi e i cosmetici, Galbani vende la Fiducia con la provola, la Amica Chips vende la gioia del Sesso con le patatine di Rocco Siffredi, Manpower compra e vende il Lavoro come una merce tramite i contratti a termine, CEPU vende il Prestigio di un certificato di laurea con le lezioni a pagamento, etc.).

Prevale un’idea dell’uomo – tipico di una cultura contemporanea che è di fatto primitiva – che è quella di un uomo cacciatore, predatore, schiacciato sul bisogno impellente e sul pensiero a breve termine, proprio di chi procura la preda al momento dell’insorgere della fame, che schiaccia l’uomo agricoltore, che invece ara, semina, irriga, cura, attende, e poi raccoglie e legittimamente consuma, secondo un pensiero lungo, che guarda la complessità del mondo e delle stagioni, che conserva la memoria (come umiltà verso il passato) e la speranza (come aspettativa doverosa di un futuro), che non distrugge, come la cicala, ma custodisce e organizza per i tempi duri, come la formica, le risorse disponibili per il bene di sé e delle generazioni future.

L’impresa di oggi stenta quindi a coniugarsi con la solidarietà, non perché le due cose non siano compatibili in sé, o si pongano su piani del tutto diversi, ma perché l’idea d’impresa che oggi abbiamo in mente, schiavi come siamo del Dio denaro e del godimento a breve, è un’idea riduttiva, è un’idea dell’impresa solo a scopo di profitto, e di profitto a breve, a brevissimo tempo.

Ecco allora l’insorgere contemporaneo degli sprechi (milioni di tonnellate di cibo sprecato ogni anno), degli esclusi (9 milioni di poveri in Italia), degli infelici per opulenza (obesità e malattie da cattiva alimentazione) e degli infelici per privazione (attenzione, non della povertà, della privazione… bisogna distinguere fra povertà assoluta e povertà relativa).

Assistiamo quindi all’acuirsi profondo del contrasto dialettico fra questa idea malata d’impresa e l’idea di solidarietà.

DALLA PARTE DELLA SOLIDARIETÀ

Ma che cosa è la solidarietà?

È solo un’emozione dell’anima, che si piega dall’alto pietosa verso i poveri, che fa loro elemosina, ma che non agisce, o se lo fa supplisce con rimedi occasionali alle cause strutturali della povertà e dell’esclusione, rivelandosi di fatto inconcludente nel medio e lungo termine?

O è un sentimento di giustizia sociale, che volendo teoricamente combattere le cause strutturali, non affronta tuttavia i problemi attuali, e rinvia a un momento ideologico, utopistico, di palingenesi sociale le risposte ai bisogni di chi ha bisogno “qui e ora”?

In verità, la solidarietà è un pensiero comune, che si fa azione comune dei soggetti che vivono in prima persona i problemi, sostenuti da coloro che ne comprendono il diritto alla dignità e all’uguaglianza senza distinzione di sorta, e che hanno chiara e forte la volontà di risolverli insieme, assumendo l’iniziativa – facendo impresa – per costruire legami nuovi ed economie nuove utili per tutti.

Uso anche qui la parola impresa, per dire che non è autentica la solidarietà fatta di mera assistenza (elemosina, nella sua etimologia, non vuol dire beneficenza paternalistica, ma doverosa “restituzione del maltolto”), e che non si mette in cammino per generare nuovi legami, nuove attività, nuove risposte ai bisogni delle persone in difficoltà.

Solidarietà non è un’emozione fugace, non è un sentimento astratto, solidarietà è un “progetto”, che si fa “iniziativa” e poi “risposta” concreta a bisogni comuni, proprio come quello che oggi, con la consegna della Joelette, noi festeggiamo.

Spero di aver chiarito sufficientemente il legame che distingue e collega, nello stesso tempo, l’idea vera e compiuta di Impresa e l’idea forte e concreta di Solidarietà.

LE IMPRESE SOLIDALI

Ci chiediamo come si possa concretizzare oggi quest’alleanza, questo rapporto di “amicizia” fra Impresa e Solidarietà, e cosa possano fare i singoli e le comunità per sviluppare un processo virtuoso di scambio e di sinergia fra le due dimensioni.

È possibile pensare che ciò avvenga in almeno tre casi.

Il primo caso è quello dell’Impresa privata a scopo di profitto che operi:

  1. a) nel rispetto della legge (escludendo mafia, riciclaggio, corruzione, trust, reati ambientali, esportazione illecita di capitali, lavoro nero, evasione fiscale, etc.);
    b) nel campo dell’economia reale (prodotti e servizi corrispondenti a bisogni reali e non in settori speculativi, di abuso e privatizzazione dei beni comuni);
    c) per durare nel tempo (ragionando a medio-lungo e non solo a breve, con logiche da mordi e fuggi);
    d) in modo trasparente (e non con meccanismi di concorrenza sleale);
    e) integrandosi in modo costruttivo con il territorio e la comunità che lo abita (anziché limitarsi a sfruttarlo, e a volte a desertificarlo);
    f) rendendo conto, anche attraverso bilanci sociali e certificazioni di RSA, della propria attività e delle modalità di distribuzione equilibrata del profitto ai diversi fattori di produzione;
    g) rispettando le persone, non solo nel rapporto bilaterale fra poteri sbilanciati (quello dell’imprenditore e quello del lavoratore), ma anche in quello con l’intera società. Istruttivo è andare a rileggere i documenti che hanno preceduto e accompagnato l’incontro, per la prima volta nella storia, fra gli imprenditori industriali italiani di Confindustria, guidati dall’ex Presidente Giorgio Squinzi, e Papa Francesco, tenutosi pochi mesi fa in Vaticano.

La Costituzione Italiana, quella scritta dai molti, e non quella stravolta nei fatti dai pochi, definisce la Repubblica Italiana uno Stato Sociale di Mercato, e lo fonda sull’idea di responsabilità sociale dell’impresa (art. 41: l’iniziativa economica è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo di arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana). L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, non sul primato della proprietà né su quello dell’impresa, che sono valori strumentali rispetto ai valori primari del lavoro e della persona umana.

Un’impresa che genera profitto licenziando i lavoratori, un manager che incassa stock-option e liquidazioni d’oro anche quando, per assicurare dividendi agli azionisti, ricorre ai licenziamenti, fa spezzatino dell’impresa, e la porta addirittura alla chiusura o al fallimento, non sono compatibili con il principio di solidarietà, che – vorrei ricordare – non è un principio solo morale, ma è un principio giuridico fondamentale della Carta Costituzionale. Violare questo principio significa annullare la democrazia.

Và detto anche che la solidarietà non è dovuta solo dall’impresa alla società. Anche la società è chiamata a essere solidale con l’impresa, favorendone la nascita e la crescita senza ostacoli ingiustificati, integrando la sua offerta di istruzione anche in funzione delle aspettative del mondo del lavoro, garantendo i principi di sicurezza, trasparenza e libera concorrenza, subordinando gli interessi della finanza a quelli dell’economia reale, sollevando i bilanci aziendali da eccessivi oneri fiscali, non corrispondenti a servizi pubblici che devono, invece, rendere competitivi i contesti operativi nei quali l’impresa opera, in funzione delle esigenze del suo sereno sviluppo.

Il secondo caso di coerenza fra impresa e solidarietà è quello dell’Impresa pubblica (o a partecipazione pubblica), che operi senza produrre sprechi, clientelismi e inquinamenti, adottando logiche di “sana gestione della casa comune”.
Si è detto che lo Stato non deve fare Impresa, ma la storia dimostra che questo non solo è impossibile, ma è anche falso.

Il presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha portato fuori dalla crisi gli Stati Uniti d’America, entrando a piè pari, con i soldi dello Stato, nella gestione delle imprese, compresa la Crysler, rilanciata da Marchionne con i soldi del popolo americano. Laddove, invece, lo Stato ha fatto marcia indietro, come ad esempio nel mondo delle Banche, si è visto come è andata a finire. La privatizzazione delle linee ferroviarie inglesi (ricordo che privatizzazione non equivale a liberalizzazione) non ha generato efficienze, ma servizi peggiori a prezzi più elevati, determinando profitti non per i consumatori ma solo per gli investitori azionisti. E così via.

La questione non è allora pubblico o privato, ma impresa sana o impresa malata, pubblica o privata che sia!

Il terzo caso di raccordo fra Impresa e Solidarietà è l’Impresa non profit, nelle sue diverse forme di impresa sociale, cooperazione sociale, fondazione, associazione, etc., purché non abusi del titolo “non profit” per fare schifezze, come è avvenuto a Roma con le cooperative sociali della falsa accoglienza agli immigrati. Bisognerà allora distinguere, ora che è stata approvata la legge di riforma del terzo settore, ciò che è volontariato puro o cittadinanza attiva da ciò che è impresa sociale, con possibilità di coinvolgere in modo trasparente anche il capitale privato.

Bisognerà evitare che dal terzo settore riformato passi la nuova frontiera della logica di profitto, con lo smantellamento dello Stato Sociale ad opera di uno Stato e di un Mercato complici nel determinarlo, magari con i favori di Stato ai capitali privati investiti in attività solo formalmente non profit.

E’ una questione complessa, che richiederà grande attenzione nei prossimi 12 mesi, termine entro il quale il Governo dovrà emanare i decreti di attuazione della legge e definire i controlli e le verifiche non tanto dei requisiti formali – soluzione ipocrita e pericolosa – ma della reale efficacia sociale delle strutture abilitate ad operare nel moderno Non Profit.

LA SOLIDARIETÀ NELL’ECONOMIA

Per amore di completezza, vorrei fare un sintetico riferimento ad altri ambiti, più profondi, in cui l’impresa e la solidarietà possono oggi incontrarsi. La lista sarebbe lunga, ed è stata oggetto di miei interventi passati, ma penso ad esempio:
· all’Economia di Comunione di Chiara Lubick e all’Economia Civile di Stefano Zamagni, Luigino Bruni, Leonardo Becchetti, all’AIPEC e alle reti solidali d’impresa, sfociate nella visione dell’economia che emerge anche, chiaramente, nei recenti documenti – Evangelii Gaudium e Laudato Si’ – di Papa Francesco
· all’Economia di Condivisione (Job Sharing) nel settore dei trasporti collettivi (Uber), dell’alloggio, dell’accoglienza turistica, dell’abbigliamento monouso
· all’Economia della Decrescita felice, dal PIL al BIL (esempi), con le molteplici forme di economia solidale
· all’Economia del Movimento Distributista Italiano, erede della figura di Chesterthon
· all’Agricoltura biologica, ai Bilanci di Giustizia, al Boicottaggio (interruzione organizzata e temporanea dell’acquisto di uno o più prodotti per forzare i produttori ad abbandonare comportamenti che creano ingiustizia, impoverimento e inquinamento)
· alla Banca Etica (www.bancaetica.it) e alla Banca del Tempo (sistema in cui le persone scambiano reciprocamente attività, servizi e saperi. Chi aderisce specifica quali attività e/o servizi intende svolgere e accende un proprio conto corrente, come in una banca, dove però, al posto degli euro, si depositano ore)
· al Commercio Equo e Solidale (www.altromercato.it) e al Consumo critico (www.utopie.it), che consiste nel comprare un prodotto sulla base non solo del prezzo e della qualità, ma anche in base all’impatto ambientale e sociale
· ai GAS – Gruppi d’Acquisto Solidali, che sono esperienze di acquisto collettivo (orientate secondo criteri precisi di solidarietà) da parte di un insieme di persone che decidono di incontrarsi per acquistare all’ingrosso prodotti alimentari o di uso comune, da ridistribuire tra loro.
· alla MAG – società mutua per l’autogestione (www.mag.it), nata a Verona nel 1978, e che, nel promuovere percorsi di responsabilità e imprenditività, mette in movimento desideri, fa circolare non solo merci, servizi e denaro, ma beni di natura simbolica come la fiducia, il senso di sicurezza, la capacità di arrischiarsi, la voglia di lavorare bene.
· al Microcredito, che permette alle persone in situazione di povertà ed emarginazione di aver accesso a servizi finanziari, per avviare o sviluppare progetti di auto-impiego, si pensi che, secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, il 20% più ricco della popolazione mondiale ottiene ancora il 95% del credito complessivamente erogato nel mondo
· alla buona prassi del Prezzo esposto (compreso il costo per la società) e della esposizione della Storia del Prodotto
· alla sinergia fra Imprese e Associazioni di Volontariato (inclusione lavorativa dei diversamente abili)
· ai Sistemi di scambio non monetario e gli eco-villaggi (Serge Latouche)
· al Turismo Responsabile (modo sostenibile di viaggiare in aree naturali che conserva l’ambiente e sostiene il benessere delle popolazioni locali)
· al Vegetarianesimo, anche parziale (se riducessimo il consumo di carne bovina, ridurremmo in misura considerevole l’emissione di gas che danneggiano l’ambiente e il clima)
· al Bookcrossing (passalibro), che consiste nell’abbandonare i libri che si sono letti nei luoghi più insoliti, lasciando in genere che sia il caso a decidere il successivo lettore, e riservandosi di controllarne gli spostamenti grazie alla possibilità della registrazione in codice sulla rete (vedasi l’esperienza de “L’Occhio Aperto” di Ragusa). Si basa sulla volontà di condividere e scambiare risorse senza utilizzare il denaro, e mira al risparmio di carta.
· al social network, come Facebook, e al software libero (open source) per l’efficienza del lavoro professionale, al WiFi libero, etc.

Vorrei inoltre ricordare alcune esperienze di impresa solidale nel territorio ibleo: dall’Avis ai GAS di Ragusa, dalla Banca Etica al Microcredito diocesano, dai progetti di inclusione sociale della Fondazione San Giovanni Battista alle cooperative aderenti al Consorzio “La Città Solidale”, dal Centro Risvegli Ibleo alla Scuola di Cucina Mediterranea all’Antico Convento di Ibla, dal Centro Studi Feliciano Rossitto alla Cooperazione sociale – Proxima, Esistere, Allegrodì, Crisci Ranni, etc. – che si impegna a servire i minori a rischio, le famiglie frammentate, gli anziani non autosufficienti, i diversamente abili, le vecchie e nuove dipendenze, etc.

CONCLUSIONE

Disse un capitalista come Henry Ford: “Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme un successo”. Disse un anticapitalista come Ernesto Che Guevara: “La solidarietà è la tenerezza dei popoli”.

La convergenza di queste due frasi, espresse da opposte visioni, sono la prova che la sete di armonia e di pace fra l’impresa e la solidarietà, quando gli uomini sanno pensare, è più grande dell’egoismo umano.

Dott. GianPiero Saladino

Pubblicato su http://www.insiemeragusa.it

P.S. Il visual dell’articolo è di Emanuele Cavarra di Kreativamente (Ragusa), http://www.kreativamente.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.