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24) Finale di partita, di Samuel Beckett – Compagnia Godot

Roberto Farruggio Roberto Farruggio

Ero esterrefatto. Il sole dopo la pioggia mi aveva riempito il cuore di gioia. La sera i miei mi avrebbero accompagnato alla sfilata delle mascherine e io con il mio bel costume da Zorro non volevo mancare alla grande festa di carnevale. Temevo dentro di me che la pioggia potesse convincere mio padre a disdire l’appuntamento, prima dal fotografo e poi nel salone parrocchiale, dove si sarebbe svolta la kermesse di noi supereroi. Invece, all’improvviso, le nuvole nere in cielo erano sparite e un sole, prima timido poi, lentamente sempre più sicuro di sé, aveva cominciato a rischiarare il mio cielo davanti alla finestra di casa. A destra vedevo i palazzoni alveari e a sinistra il campo ruvido di calcio dove d’estate andavo a giocare quasi dalla mattina alla sera, costringendo mamma a fare dei disperati gesti dal balcone per avvertirmi che era tempo di andare a mangiare. Che tristezza quando per me finì il tempo delle maschere di carnevale e dovetti abituarmi alle maschere pirandelliane! Oppure sprofondavo teneramente a quel giorno in cui, per la prima volta, a casa arrivò un canarino giallo, che io considerai fin da subito il mio fratellino, a tal punto che quando la gabbia in cui soggiornava cadde a terra fuori sul balcone a causa del forte vento e lui si ritrovò miracolosamente fuori da essa, decise di non scappar via e mi diede il tempo di uscir fuori e di prenderlo amorevolmente sul palmo delle mani per riportarlo dentro, insieme alla gabbia e al trespolo su cui stava appesa. Anche lui, il canarino, mi considerava un fratellino, e lo facevo spesso volare dentro casa, perdendomi in una dolce allegria vedendolo svolazzare di qua e di là, e poi aspettava che lo recuperassi tra le mani per ricondurlo nella sua casa, anch’essa gialla. Quando una mattina lo ritrovai a zampe in su, precipitato al suolo della sua casa e senza più vita, per me fu un dolore immenso. Gli costruì una piccola bara di cartone e ricordo ancora oggi di averlo accompagnato, come in un estremo viaggio, nel giardino vicino casa, per seppellirlo insieme ai miei ricordi vissuti con lui, pensando solo allora di non avergli mai dato un nome, dato che dentro di me lo chiamavo sempre “fratellino”. Quando non ci fu più, mi domandai ancora una volta… “ma la vita è solo un’attesa del niente? E’ sempre e solo un via vai di maschere e costumi che indossiamo su un palcoscenico davanti a una platea che a mano a mano si svuota sempre più? E’ il nulla il fine ultimo dell’esistenza umana?”. Alcuni di questi ricordi legati alla mia fanciullezza balenano in me mentre assisto ancora una volta a “Finale Di partita”, del drammaturgo Samuel Beckett, a cura della Compagnia Godot, con Vittorio Bonaccorso nel ruolo di Hamm, il fantastico Giuseppe Arezzi nel ruolo di Clov e i “pattumati” Giancarlo Iacono e Federica Bisegna in quelli, rispettivamente, di Nagg e Nell. Credo, ma non è la prima volta che lo scrivo, che Beckett debba essere vissuto, visto e riletto più volte. E i bambini lo testimoniano. Trovate strano che io chiami i bambini a testimoniare la grandezza di Beckett? Trovate strano che Federica, Vittorio e i loro allievi lo propongano ancora nella 12° edizione di Palchi Diversi? Credete davvero che “Finale Di Partita” sia il prodromo o la conseguenza di una fine del mondo post atomica? Se “Finale Di Partita” fosse un libro chiuso, allora si, la fine del mondo sarebbe alle porte, ma ritengo che lo stesso Beckett sia stato assalito più volte da un dubbio amletico, cioè… essere o non essere… o meglio… aggiungere o non aggiungere? Dentro di sé Beckett si macerava nel dubbio – e cos’è un dubbio se non la “perseveranza della certezza” che tutto non può essere così come noi lo vediamo o lo percepiamo… – di lasciare delle pagine bianche alla fine del suo manoscritto perché quest’ultimo fosse continuato da altri, da chi sarebbe sopravvissuto alla finta fine del mondo narrata dallo scrittore irlandese, nei dialoghi tra Hamm e Clov e nelle incursioni di memoria dei due sbiaditi Nagg e Nell. La supposta fine del mondo non è l’hardcore del dramma beckettiano ma una sfida che lo stesso Samuel ci lancia, ancora oggi, a quasi 30 anni dalla sua scomparsa, e continuerà a farlo in futuro se questo mondo da noi abitato non finisca di trasformarsi nel peggior incubo condominiale che possa esistere, tra liti di pianerottolo, vasi caduti in strada dal davanzale dell’attico, eleganti e malevoli colpi di spugna di regole di convivenza scritte sul regolamento della vita in comune, guerre fratricide perché l’ascensore verso i sogni non funziona e scale immobili e parti comuni su e giù, da e per la vita, luride! Siamo dunque noi che rendiamo alla vita il nulla, e Samuel e i bambini e chi riesce a ritornare come loro – al di là di richiami messianici od altro – ci ricordano che siamo ancora in tempo per evitarlo. I bambini ce e me lo hanno ricordato proprio domenica scorsa durante “”Endgame” all’Ideal, con le loro risatine per certi svarioni mentali di Hamm, voli pindarici di cani di peluche e pose e smorfie da clown di Clov. No, “Finale Di partita” non vuole essere uno scioglilingua, bensì uno “scioglianima” in cui il messaggio di Beckett possa risultare infinito, scritto ancora in quelle pagine bianche che il drammaturgo ha volutamente lasciate vuote, nella sua immaginazione, alla fine del suo capolavoro. Il compito di riempirle spetta a noi, soprattutto ai bambini, che ricevono non messaggi catastrofici dai disperati dialoghi tra Hamm e Clov ma solo insegnamenti sul compito che spetta a tutti per evitare” la fine del mondo”, il finale del gioco. In inglese, Endgame, è proprio questo, finale del gioco, ma così non sarà se noi tutti bambini/adulti riusciremo a cogliere nella lirica da pianto del testo quel primo messaggio che all’inizio dà uno sconfortato Hamm, “più si è grandi, più si è pieni.. e più si è vuoti! Ma non è questo l’obiettivo di Beckett, la vuotezza non fa parte del suo messaggio, se non una vuotezza che brama di essere riempita di quel che è necessario perché “Finale Di Partita” continui ad essere scritto, continui ad insegnare, anche a Clov, che questo è l’amore, questa è l’amicizia, lo splendore, l’ordine, e che si è sempre in tempo per formare nuove abitudini perché, dopo tutto…. pur nella sofferenza, si va avanti! Anche io vado avanti sin dai tempi del mio costume da Zorro finito chissà dove o da quando il mio canarino giallo è salito al cielo, Dio l’abbia in gloria. E così tutti. Nessun fischietto decreterà la fine della partita se noi non lo vogliamo, e quel bambino a 74 metri dal rifugio di Hamm potrà esistere, alzarsi, guardare e camminare, e non morirà. C’è quasi sempre un bambino alla fine di ogni storia, e questo è la speranza, la mission educativa che “Finale Di Partita” racchiude nella trama del copione beckettiano. Mi piace pensare che “Finale Di Partita” possa essere portato in tour nelle scuole primarie e secondarie, perché è lì che da dramma, quale noi lo sentiamo, possa trasformarsi in una pièce ironicamente coinvolgente ed istruttiva. Ma questo dipende da noi, da noi adulti, dalla nostra testa, e fortunatamente la Compagnia Godot e gli allievi, dai più piccoli ai più grandi, sono e saranno per noi un continuo sprone affinché ciò e tutto possa ancora accadere, ed insieme… andare avanti.

Guarda il video di Clov e Hamm – Finale Di Partita

Nagg e Nell, ovvero Gaiancarlo Iacono e Federica Bisegna
Nagg e Nell, ovvero Giancarlo Iacono e Federica Bisegna

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Arezzi - Clov
Giuseppe Arezzi – Clov

 

 

 

 

 

 

 

 

Vittorio Bonaccorso è Hamm in Finale Di Partita di Samuel Beckett
Vittorio Bonaccorso è Hamm in Finale Di Partita di Samuel Beckett

 

 

 

 

 

 

 

 

Hamm, in Finale Di Partita, di Samuel Beckett, è Vittorio Bonaccorso
Hamm, in Finale Di Partita, “…. tu straccio resterai con me…”…

 

 

 

 

 

 

 

 

Da sx a dx Giancarlo Iacono, Federica Bisegna, Vittorio Bonaccorso e Giuseppe Arezzi
Da sx a dx Giancarlo Iacono, Federica Bisegna, Vittorio Bonaccorso e Giuseppe Arezzi – Finale Di Partita

 

 

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