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Il mio sogno

Roberto Farruggio - RF Comunicazioni

Già nella mia precedente attività lavorativa per conto di due/tre aziende nel campo delle nuove tecnologie e della comunicazione  (non in linea con la mia formazione classica ed umanistica), cominciavo a chiedermi se davvero rispondesse ai miei ideali una delle massime tipiche di qualsiasi -o quasi- attività commerciale, cioè che dietro ogni obiettivo raggiunto c’è un obiettivo da raggiungere (in termini di fatturato ovviamente). Questo continuo rincorrere soldi su soldi mi faceva sentire in-utile, ovvero utile per gli altri e molto inutile per me stesso. Tanto è vero che questa mia compatibilità col ruolo che svolgevo in azienda pian piano scemò, insieme ai primi ripensamenti su ciò che conta nella vita. Problemi aziendali (che altri, probabilmente a buon diritto, negherebbero in un confronto all’americana con il sottoscritto e anzi direbbero che erano paturnie mentali per mascherare la mia ormai sempre più palpabile idiosincrasia a ricoprire la mansione per cui ero stato assunto) ed altro (che in genere fa parte di quegli accadimenti nella vita personale di ciascuno per i quali quest’ultima cambia in maniera quasi irreversibile) mi convinsero che avrei dovuto abbandonare il mio lavoro e crearmi un mestiere. Vi chiederete che differenza vi sia tra “un lavoro” e “un mestiere”. Al netto delle definizioni tipiche da dizionario di lingua italiana (tralasciamo il “lavoro” al momento), secondo cui il “mestiere” è quell’attività in genere manuale che tra pratica e tirocinio si esercita a scopo di guadagno, ho cercato di adattare a me la definizione, cambiandola un po’, e cioè:

  • il “mio mestiere” è una pratica giornaliera eseguita sia con l’azione che con il pensiero volta a coinvolgere il cuore di persone e aziende. Il tutto ha valenza sociale da individuare nella solidarietà, nell’informazione, nella cultura, nell’arte, nella formazione e nell’educazione. 

Il progetto che voglio portare a compimento non può far a meno di gente comune e di chi oggi produce ricchezza, benessere. Ciò in base ad un principio credo generale per cui ogni attività produttiva e commerciale ha parimenti una responsabilità sociale nel territorio in cui opera, anche oltre. Non è un semplice “mi sponsorizzi questo evento?” che per quanto mi riguarda resterebbe sempre un’attività fine a se stessa e che lascia il tempo che trova, quanto creare il “consortium” di attività produttive informate che con un contributo equo e solidale possano far diventare questo”sogno” un sistema, un lavoro sociale. Un sistema che non vuole scontrarsi con altri tipicamente “liquidi” in voga oggi ma che ispiri riflessioni sui molti conflitti esistenti tra individuo e società, commercio e solidarietà, politica e Stato (cioè noi). In fin dei conti Si… l’idea è buona vuole essere una filosofia delle cose buone, vere e semplici, che affronti i tanti temi sociali che oggi ci sovrastano, che non ha bisogno di creare simboli di appartenenza quanto di riflessione. Se la società liquida di oggi ci sta trasformando in un esercito di “l’un contro l’altro armati”, partire dagli altri, non da noi stessi, credo sia il primo passo che occorra fare per creare un “sistema” diverso. Questo è e vuole essere un pensiero laico che trova fondamento nell’umanità dell’uomo ma che parimenti non rifiuta altre sorgenti da cui può essere ed è generato, e tutte insieme possono contribuire a migliorare e rendere più forte. In realtà qui non c’è la gente da una parte e i protagonisti dall’altra, qui si sta tutti insieme sul palco della vita e insieme ci si dà una mano a realizzare il viaggio che possa creare valore non superficiale ma realmente profondo e concreto. Come questo poi accada nel viaggio che il sottoscritto ha già potuto sperimentare grazie alla collaborazione di tanti soggetti, tra amici e imprenditori (leggi e guarda qui) è spiegato nella voce di menu “SVELIAMO L’IDEA” che presenta il progetto nel suo evolversi, nelle sue tappe fondamentali.

Come è specificato nell’esposizione del progetto e nelle interviste a questa pagina di benvenuto di alcuni sostenitori, il fatto che alla base del viaggio vi sia una forte esigenza di “sostegno a chi si prende cura degli altri” non mortifica né prevarica gli altri obiettivi del percorso. Come, d’altra parte, l’incipit solidale non ha nessuna intenzione di smuovere a pietismo pubblico e sostenitori ma apportare conoscenza, informazioni, stimolarne la riflessione, la generosità e anche la creatività.

Grazie

Roberto Farruggio

 

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